Wednesday, February 22, 2012

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Storia di Orta di Atella

La metodologia della ricerca storica si adegua ai tempi e utilizza più criticamente i mezzi che le ricerche sempre più approfondite mettono a disposizione dello storico.In un vecchio ma ancor valido testo introduttivo agli studi storici, gli autori Langlois e Seignobos, dopo la frase divenuta ormai famosa, che "l'histoire si fait avec des documents", scrivono che i documenti sono : "le Tracce lasciate dal pensiero e dalle azioni degli uomini del passato". Per documenti, noi ragazzi sappiamo che si intende tutto ciò che concorre e interpreta i segni della storia. I segni della storia atellana sono la facies culturale che si evince dalle necropoli preromane, il nome osco Aderl conservato nelle monete di bronzo coniate tra il 216 e il 211 A.C. e la tradizione delle Fabulae Atellanae che risale al IV secolo A.C.

Atella: cenni storici.

Sulla strada che diramandosi da Capua conduceva a Napoli, ed all'uguale distanza di 9 miglia antiche tra queste due città, sorgeva in una zona pianeggiante, la città di Atella.
Furono gli Osci ad impiantare una stazione che fu il primo nucleo di quella che sarà poi la vera e propria città di Atella.Un'ipotesi probabile è quella che a fondare la città vera siano state le popolazioni sannitiche della montagna che, avendo posto fine alla signoria etrusca di Capua, amalgamatesi con gli Osci, vollero consolidare il loro dominio nella pianura campana non solo creando piccoli insediamenti (pagi e vici), ma una vera e propria città modello di tipo greco come Neapolis.
Si mantenne una città autonoma o città-stato battendo anche una propria moneta, per molto tempo, e di essa si comincia a parlare nel momento in cui entra a far parte come componente di rilievo della federazione campana che aveva in Capua il suo centro.Ottenuta la "Civitas sine suffragio" nel 338 A.C., nel 313 , durante la seconda guerra sannitica, fu assoggettata dagli stessi Romani, diventando un Municipio romano, in tale stato si mantiene fino alla battaglia di Canne ( agosto 216 a.C.), quando Atella ritenendo giunto il momento di liberarsi dalla protezione romana, si schierò con Annibale.Nel 211 Capua fu espugnata e subito dopo Atella cadde nelle mani del console Fulvio e fu sottoposta al governo di un Prefetto.Una parte degli atellani temendo l'ira dei vincitori si rifugiò presso gli accampamenti di Annibale a Thuri e probabilmente in Basilicata fondarono un'altra Atella in quella regione.Ad Atella , allora , i Romani vi trasferirono i Nocerini, profughi dalla loro città dopo l'espugnazione di Annibale e i pochi Atellani ancora rimasti in città furono mandati dal Senato a Calatia.Atella fu ridotta alla condizione di Prefettura ed ogni anno riceveva quattro Prefetti da Roma.Lo fu per oltre 120 anni, fino alla guerra sociale.
Rimasta fedele a Roma, Atella ottenne la cittadinanza in base alla legge di Giulio Cesare e fu elevata a dignità di Municipio col ius suffragi et ius honorum.Nel 63 a.C. Cicerone nel discorso contro Rullo, ricorda Atella come municipio, e tra le città più importanti della Campania, mettendola, nel maggio del 51, in una lettera al fratello Quinto, sotto la sua protezione.Nel 29 a.C. personaggi importanti sostarono ad Atella:Virgilio, Ottaviano Cesare Augusto di cui si pensa che ad Atella avesse una villa.Secondo Svetonio ad Atella fu costruito anche un magnifico anfiteatro, e si dice che lo stesso Virgilio abbia recitato proprio qui le "Georgiche", il poema da lui composto, alternandosi con lo stessoMecenate. Secondo De Muro per la via Atellana sono transitati gli Apostoli Pietro e Paolo:" la Religione di Cristo fu predicata nella Campania dagli Apostoli S. Pietro e S. Paolo, i quali ebbero di mira di guadagnare prima le città cospicue dove regnava di più l'idolatria e l'errore..... Atella in quei tempi era molto florida e rinomata, e al dire dè scrittori assai famosa per la sua superstizione, e non poteva essere trascurata dallo zelo degli Apostoli....dovettero passar per mezzo della Città di Atella, e non potevano abbandonarla alla perdizione, ed alla empietà. Vi predicarono sicuramente la novella legge di Gesù Cristo, vi stabilirono una Chiesa Cattedrale, della quale esistono ancora gli antichi rottami e v'istituirono un Vescovo......."
Pur devastata dai Vandali, nel 455, dagli Eruli nel 476, dagli Ostrogoti nel 489, Atella continuò ad esistere tanto è vero che nel 537 gli abitanti andarono a ripopolare il capoluogo campano (Napoli) distrutto, durante una guerra, da Belisario.Dal 552 al 568 fu occupata dai Bizantini, fino alla conquista da parte dei Longobardi.Dal 568 al 1058 Atella appartenne al principato di Capua e Benevento.
Il primo documento conosciuto che riporta il nome di Orta (Ortula) e' costituito dall'elenco dei fuochi redatto dal Giustiziere di Terra del Lavoro nel 1267 sotto Carlo I D'Angiò, re di Napoli, e' riportato sui registri angioini.In esso sono specificati il numero delle famiglie che vi abitavano (fuochi) e le somme per le quali erano tassati.L'origine del toponimo e il suo significato sono da ricollegare etimologicamente al termini latino Hortus (orto) da cui Hortulus, ortula (piccolo orto), secondo i Romani "terreno coltivato e buono per antonomasia", quasi in contrapposizione al "subsecivus ager" (ritaglio di terreno non coltivabile) da cui Succivo, i cui abitanti chiamano ancora oggi quelli di Orta, ortolani e non ortesi.Nel 1278, sotto Carlo I d'Angiò , Orta fu feudo di Guglielmo de la Gonesse, ammiraglio di Francia e del regno di Napoli.Qualche anno dopo passo' a Gabriele del Balzo.Nel 1335 il casale risulta appartenere ad Angela Stendardo, figlia di Guglielmo, che lo porto' in dote a Giovanni Cantelmo cui andò sposa.Dal 1519 fu feudo della famiglia Pignatelli.Nel 1556 la corte napoletana confiscò alla famiglia Pignatelli parte del casale di Orta, loro feudo e proprietà, per aver partecipato ad una ribellione contro il re.Nel 1625 apparteneva alla famiglia dei Tocco la quale lo venderà nel 1626 ad una Maria Caracciolo dei duci di Grifalco.
La popolazione del casale che viveva esclusivamente di lavoro agricolo producendo grano, granone, canapa e vino asprino, cominciava, intanto a prendere piu' coscienza nella necessità di ottenere maggiori diritti e libertà.Nel 1648 Orta raggiungeva il numero di 400 abitanti e in quell'anno avviò un primo processo di liberazione dai Caracciolo.Caduta la feudalità con leggi napoleoniche, casali e feudi si avviarono all'autogoverno e cosi fu per Orta che continuerà a chiamarsi castello di Orta.Solo dopo l'unita d'Italia dal 1862 cambierà nome e stemma ed avrà un territorio vasto di poco piu' piccolo dell'attuale.Nel 1928, con i comuni di Sant'Arpino e Succivo, ha fatto parte fino al 1946, del comune di Atella di Napoli, il cui municipio fu costruito nell'area urbana dell'antica Atella e dove da quarantacinque anni è abbandonato.I secoli XVII e XVIII portarono Orta nella storia della pittura.Nome di grossi artisti e di altri meno conosciuti, alcuni nati proprio ad Orta, emergono spesso dagli scritti e dalle tele conservate nelle chiese del paese.
Fino a venti anni fa, infatti si conservavano nella chiesa del convento due tele: una S.Agata e un S.Stefano attribuiti a Massimo Stanzione, uno dei capiscuola della pittura barocca del seicento napoletano, nato ad Orta nel 1585 e morto a Napoli durante la peste nel 1656.
E' rimasta nel convento una tela raffigurante S.Salvatore che miracola uno storpio, opera del settecento, forse del Malinconico.Nacquero ancora ad Orta: Giuseppe Marullo, allievo di Stanzione, nel 1615, morto a Napoli nel 1685 e Paolo Domenico Finoglia, nato nel 1590 che ha lasciato opere a S.Martino in Napoli e a Conversano dove mori' nel 1645.Nella prima metà del XVII secolo chi percorreva via S.Donato, partendo dal centro di Orta, poteva osservare un'edicola e i ruderi di un convento con annessa una chiesetta.La nuova chiesa fu eretta a partire dal 1643 e probabilmente l'intero complesso monastico fu completato nel 1692.La chiesa, fu il primo edificio ad essere costruito, è retta da quattro pilastri su cui poggia una finta cupola.
Sempre nel '600 la chiesa fu abbellita con stucchi ed affreschi.
Di questi affreschi restano ancora visibili due pitture su S.Donato e due su S.Salvatore.
Con Giacchino Murat il convento fu chiuso.Una seconda chiusura il convento l'ebbe dopo il 1862 con l'unità d'Italia.Solo nel 1898 i francescani della comunità di terrasante ne riacquistarono dal comune una parte e l'uso della chiesa.La chiesa di San Massimo fu edificata in stile neoclassico tra gli anni 1860 e 1880, dopo la demolizione di una precedente, molto più piccola dell'attuale.
La nuova costruzione la si deve al sacerdote Nicola D'Ambosio che tenne la parrocchia dal 1856 al 1906.
La costruzione ottocentesca, in posizione elevata come la precedente, ha un importante gradinata ellittica.
Nell'interno conserva alcune pregevoli statue lignee, due tele e diverse lapidi.
La cappella congrega del Rosario fu costruita nella seconda metà del XVI secolo, certamente negli anni successivi alla battaglia di Lepanto del 7 ottobre 1571, quando si diffuse in tutta Europa il culto della Madonna del Rosario dopo la vittoria dei cristiani contro i musulmani.

Tradizioni Ortesi

Una tradizione popolare racconta di un evento miracoloso accaduto alla fine del xvi sec, forse nel 1580 La principessa Belmonte era ricoverata presso l'ospedale Incurabili di Napoli , perche era paralitica.Da fervente cattolica qual era , non credeva di poter guarire grazie solo alle cure mediche, per cui aveva riposto le sue speranze in Dio e nella Vergine.Una sera , mentre pregava, le apparve un frate francescano, di circa quarantanni.Era bruno, con i capelli neri ed un viso sereno e rassicurante; le consigliò di recarsi in un villaggio poco lontano da Napoli dove, ai piedi della Madonna , avrebbe ricevuto la tanto invocata guarigione.La principessa gli chiese chi fosse e lui rispose: <>.Di rimando la donna gli fece notare che non poteva camminare e lui: <>.Il giorno seguente su di una lettiga trainata da due muli, fu accompagnata al castello di Orta, dove c'era la Madonna degli angeli; ai suoi piedi, come predetto dallapparizione, la principessa guarì, scese dalla lettiga ed iniziò a camminare da sola.A quel punto le comparve nuovamente il fraticello che la invitò a ringraziare la Madonna e poi sparì.La principessa commossa e contenta, tornò a Napoli e si recò presso il convento di Santa Maria la Nova per chiedere ulteriori notizie su frate Salvatore.
Seppe così che il frate in realtà non esisteva e comprese quindi
di essere stata protagonista di un duplice Miracolo.Dal racconto di Padre Gallino:"Narra la tradizione che una dama napoletana, principessa di Belmonte, languiva da gran tempo ammalata in un letto dell'ospedale degli Incurabili, quando le si presentò un fraticello ad assicurarle una miracolosa guarigione, solo che lei avesse voluto alzarsi e recarsi con lui a chiedere la grazia dinanzi ad un'immagine della Madonna che egli avrebbe indicata. La dama si alzò fiduciosa e si mise a camminare dietro al fraticello che, uscito dall'ospedale, attraversò parte della città di Napoli, ne raggiunse la campagna e, per lungo tratto ancora proseguendo sulle strade polverose, giunse finalmente nei pressi dell'antica Atella.Sorgeva colà un Tabernacolo con sul muro l'antico dipinto della Madonna in Trono venerata dagli Angeli, ed il fraticello vi si fermò dinanzi. La Principessa cadde in ginocchio sull'erba e non ebbe che a ringraziare la Vergine, poi che la guarigione desiderata l'aveva evidentemente già ottenuta. Volle anche ringraziare il cortese fraticello e lo cercò girando lo sguardo riconoscente, ma il fraticello era sparito!La campagna profumata dalla canapa in fiore era deserta!La Principessa di Belmonte ricordò però che a Santa Maria la Nova di Napoli aveva altre volte veduto che i frati ivi dimoranti vestivano lo stesso abito della sua buona guida e, quando fu tornata in città, andò là a cercarlo, ma invano. Fu il Padre guardiano di quel Convento che, ispirato dal racconto meraviglioso della dama, sciolse l'enigma. Aveva egli un'immagine che riportava l'effigie di Fra Salvatore da Horta, morto non molti anni prima in concetto di santità e già tanto famoso per i suoi molteplici miracoli, e la mostrò alla Principessa.
Ella riconobbe nell'effigie il preciso ritratto del fraticello che l'aveva condotta alla guarigione. Era facoltosa e, in atto di gratitudine alla Vergine Maria e al Beato Salvatore, volle edificare sui confini di Atella una Chiesa ed un Convento per i Francescani, in modo che il chiostro si annodasse con l'edicola della Madonna degli Angeli, tuttora esistente e venerata".
Dal racconto si evince, inoltre, il notevole contributo economico da parte della Principessa Belmonte per la costruzione del nuovo e più grande complesso conventuale, non solo la piazza adiacente è dedicata alla stessa, ma dai racconti di testimoni oculari, fino al 1963, prima del rifacimento del pavimento della chiesa, esisteva la sua lapide, all'interno della chiesa stessa.

Storia di Orta di Atella

La metodologia della ricerca storica si adegua ai tempi e utilizza più criticamente i mezzi che le ricerche sempre più approfondite mettono a disposizione dello storico.In un vecchio ma ancor valido testo introduttivo agli studi storici, gli autori Langlois e Seignobos, dopo la frase divenuta ormai famosa, che "l'histoire si fait avec des documents", scrivono che i documenti sono : "le Tracce lasciate dal pensiero e dalle azioni degli uomini del passato". Per documenti, noi ragazzi sappiamo che si intende tutto ciò che concorre e interpreta i segni della storia. I segni della storia atellana sono la facies culturale che si evince dalle necropoli preromane, il nome osco Aderl conservato nelle monete di bronzo coniate tra il 216 e il 211 A.C. e la tradizione delle Fabulae Atellanae che risale al IV secolo A.C.

Atella: cenni storici.

Sulla strada che diramandosi da Capua conduceva a Napoli, ed all'uguale distanza di 9 miglia antiche tra queste due città, sorgeva in una zona pianeggiante, la città di Atella.
Furono gli Osci ad impiantare una stazione che fu il primo nucleo di quella che sarà poi la vera e propria città di Atella.Un'ipotesi probabile è quella che a fondare la città vera siano state le popolazioni sannitiche della montagna che, avendo posto fine alla signoria etrusca di Capua, amalgamatesi con gli Osci, vollero consolidare il loro dominio nella pianura campana non solo creando piccoli insediamenti (pagi e vici), ma una vera e propria città modello di tipo greco come Neapolis.
Si mantenne una città autonoma o città-stato battendo anche una propria moneta, per molto tempo, e di essa si comincia a parlare nel momento in cui entra a far parte come componente di rilievo della federazione campana che aveva in Capua il suo centro.Ottenuta la "Civitas sine suffragio" nel 338 A.C., nel 313 , durante la seconda guerra sannitica, fu assoggettata dagli stessi Romani, diventando un Municipio romano, in tale stato si mantiene fino alla battaglia di Canne ( agosto 216 a.C.), quando Atella ritenendo giunto il momento di liberarsi dalla protezione romana, si schierò con Annibale.Nel 211 Capua fu espugnata e subito dopo Atella cadde nelle mani del console Fulvio e fu sottoposta al governo di un Prefetto.Una parte degli atellani temendo l'ira dei vincitori si rifugiò presso gli accampamenti di Annibale a Thuri e probabilmente in Basilicata fondarono un'altra Atella in quella regione.Ad Atella , allora , i Romani vi trasferirono i Nocerini, profughi dalla loro città dopo l'espugnazione di Annibale e i pochi Atellani ancora rimasti in città furono mandati dal Senato a Calatia.Atella fu ridotta alla condizione di Prefettura ed ogni anno riceveva quattro Prefetti da Roma.Lo fu per oltre 120 anni, fino alla guerra sociale.
Rimasta fedele a Roma, Atella ottenne la cittadinanza in base alla legge di Giulio Cesare e fu elevata a dignità di Municipio col ius suffragi et ius honorum.Nel 63 a.C. Cicerone nel discorso contro Rullo, ricorda Atella come municipio, e tra le città più importanti della Campania, mettendola, nel maggio del 51, in una lettera al fratello Quinto, sotto la sua protezione.Nel 29 a.C. personaggi importanti sostarono ad Atella:Virgilio, Ottaviano Cesare Augusto di cui si pensa che ad Atella avesse una villa.Secondo Svetonio ad Atella fu costruito anche un magnifico anfiteatro, e si dice che lo stesso Virgilio abbia recitato proprio qui le "Georgiche", il poema da lui composto, alternandosi con lo stessoMecenate. Secondo De Muro per la via Atellana sono transitati gli Apostoli Pietro e Paolo:" la Religione di Cristo fu predicata nella Campania dagli Apostoli S. Pietro e S. Paolo, i quali ebbero di mira di guadagnare prima le città cospicue dove regnava di più l'idolatria e l'errore..... Atella in quei tempi era molto florida e rinomata, e al dire dè scrittori assai famosa per la sua superstizione, e non poteva essere trascurata dallo zelo degli Apostoli....dovettero passar per mezzo della Città di Atella, e non potevano abbandonarla alla perdizione, ed alla empietà. Vi predicarono sicuramente la novella legge di Gesù Cristo, vi stabilirono una Chiesa Cattedrale, della quale esistono ancora gli antichi rottami e v'istituirono un Vescovo......."
Pur devastata dai Vandali, nel 455, dagli Eruli nel 476, dagli Ostrogoti nel 489, Atella continuò ad esistere tanto è vero che nel 537 gli abitanti andarono a ripopolare il capoluogo campano (Napoli) distrutto, durante una guerra, da Belisario.Dal 552 al 568 fu occupata dai Bizantini, fino alla conquista da parte dei Longobardi.Dal 568 al 1058 Atella appartenne al principato di Capua e Benevento.
Il primo documento conosciuto che riporta il nome di Orta (Ortula) e' costituito dall'elenco dei fuochi redatto dal Giustiziere di Terra del Lavoro nel 1267 sotto Carlo I D'Angiò, re di Napoli, e' riportato sui registri angioini.In esso sono specificati il numero delle famiglie che vi abitavano (fuochi) e le somme per le quali erano tassati.L'origine del toponimo e il suo significato sono da ricollegare etimologicamente al termini latino Hortus (orto) da cui Hortulus, ortula (piccolo orto), secondo i Romani "terreno coltivato e buono per antonomasia", quasi in contrapposizione al "subsecivus ager" (ritaglio di terreno non coltivabile) da cui Succivo, i cui abitanti chiamano ancora oggi quelli di Orta, ortolani e non ortesi.Nel 1278, sotto Carlo I d'Angiò , Orta fu feudo di Guglielmo de la Gonesse, ammiraglio di Francia e del regno di Napoli.Qualche anno dopo passo' a Gabriele del Balzo.Nel 1335 il casale risulta appartenere ad Angela Stendardo, figlia di Guglielmo, che lo porto' in dote a Giovanni Cantelmo cui andò sposa.Dal 1519 fu feudo della famiglia Pignatelli.Nel 1556 la corte napoletana confiscò alla famiglia Pignatelli parte del casale di Orta, loro feudo e proprietà, per aver partecipato ad una ribellione contro il re.Nel 1625 apparteneva alla famiglia dei Tocco la quale lo venderà nel 1626 ad una Maria Caracciolo dei duci di Grifalco.
La popolazione del casale che viveva esclusivamente di lavoro agricolo producendo grano, granone, canapa e vino asprino, cominciava, intanto a prendere piu' coscienza nella necessità di ottenere maggiori diritti e libertà.Nel 1648 Orta raggiungeva il numero di 400 abitanti e in quell'anno avviò un primo processo di liberazione dai Caracciolo.Caduta la feudalità con leggi napoleoniche, casali e feudi si avviarono all'autogoverno e cosi fu per Orta che continuerà a chiamarsi castello di Orta.Solo dopo l'unita d'Italia dal 1862 cambierà nome e stemma ed avrà un territorio vasto di poco piu' piccolo dell'attuale.Nel 1928, con i comuni di Sant'Arpino e Succivo, ha fatto parte fino al 1946, del comune di Atella di Napoli, il cui municipio fu costruito nell'area urbana dell'antica Atella e dove da quarantacinque anni è abbandonato.I secoli XVII e XVIII portarono Orta nella storia della pittura.Nome di grossi artisti e di altri meno conosciuti, alcuni nati proprio ad Orta, emergono spesso dagli scritti e dalle tele conservate nelle chiese del paese.
Fino a venti anni fa, infatti si conservavano nella chiesa del convento due tele: una S.Agata e un S.Stefano attribuiti a Massimo Stanzione, uno dei capiscuola della pittura barocca del seicento napoletano, nato ad Orta nel 1585 e morto a Napoli durante la peste nel 1656.
E' rimasta nel convento una tela raffigurante S.Salvatore che miracola uno storpio, opera del settecento, forse del Malinconico.Nacquero ancora ad Orta: Giuseppe Marullo, allievo di Stanzione, nel 1615, morto a Napoli nel 1685 e Paolo Domenico Finoglia, nato nel 1590 che ha lasciato opere a S.Martino in Napoli e a Conversano dove mori' nel 1645.Nella prima metà del XVII secolo chi percorreva via S.Donato, partendo dal centro di Orta, poteva osservare un'edicola e i ruderi di un convento con annessa una chiesetta.La nuova chiesa fu eretta a partire dal 1643 e probabilmente l'intero complesso monastico fu completato nel 1692.La chiesa, fu il primo edificio ad essere costruito, è retta da quattro pilastri su cui poggia una finta cupola.
Sempre nel '600 la chiesa fu abbellita con stucchi ed affreschi.
Di questi affreschi restano ancora visibili due pitture su S.Donato e due su S.Salvatore.
Con Giacchino Murat il convento fu chiuso.Una seconda chiusura il convento l'ebbe dopo il 1862 con l'unità d'Italia.Solo nel 1898 i francescani della comunità di terrasante ne riacquistarono dal comune una parte e l'uso della chiesa.La chiesa di San Massimo fu edificata in stile neoclassico tra gli anni 1860 e 1880, dopo la demolizione di una precedente, molto più piccola dell'attuale.
La nuova costruzione la si deve al sacerdote Nicola D'Ambosio che tenne la parrocchia dal 1856 al 1906.
La costruzione ottocentesca, in posizione elevata come la precedente, ha un importante gradinata ellittica.
Nell'interno conserva alcune pregevoli statue lignee, due tele e diverse lapidi.
La cappella congrega del Rosario fu costruita nella seconda metà del XVI secolo, certamente negli anni successivi alla battaglia di Lepanto del 7 ottobre 1571, quando si diffuse in tutta Europa il culto della Madonna del Rosario dopo la vittoria dei cristiani contro i musulmani.

Tradizioni Ortesi

Una tradizione popolare racconta di un evento miracoloso accaduto alla fine del xvi sec, forse nel 1580 La principessa Belmonte era ricoverata presso l'ospedale Incurabili di Napoli , perche era paralitica.Da fervente cattolica qual era , non credeva di poter guarire grazie solo alle cure mediche, per cui aveva riposto le sue speranze in Dio e nella Vergine.Una sera , mentre pregava, le apparve un frate francescano, di circa quarantanni.Era bruno, con i capelli neri ed un viso sereno e rassicurante; le consigliò di recarsi in un villaggio poco lontano da Napoli dove, ai piedi della Madonna , avrebbe ricevuto la tanto invocata guarigione.La principessa gli chiese chi fosse e lui rispose: <>.Di rimando la donna gli fece notare che non poteva camminare e lui: <>.Il giorno seguente su di una lettiga trainata da due muli, fu accompagnata al castello di Orta, dove c'era la Madonna degli angeli; ai suoi piedi, come predetto dallapparizione, la principessa guarì, scese dalla lettiga ed iniziò a camminare da sola.A quel punto le comparve nuovamente il fraticello che la invitò a ringraziare la Madonna e poi sparì.La principessa commossa e contenta, tornò a Napoli e si recò presso il convento di Santa Maria la Nova per chiedere ulteriori notizie su frate Salvatore.
Seppe così che il frate in realtà non esisteva e comprese quindi
di essere stata protagonista di un duplice Miracolo.Dal racconto di Padre Gallino:"Narra la tradizione che una dama napoletana, principessa di Belmonte, languiva da gran tempo ammalata in un letto dell'ospedale degli Incurabili, quando le si presentò un fraticello ad assicurarle una miracolosa guarigione, solo che lei avesse voluto alzarsi e recarsi con lui a chiedere la grazia dinanzi ad un'immagine della Madonna che egli avrebbe indicata. La dama si alzò fiduciosa e si mise a camminare dietro al fraticello che, uscito dall'ospedale, attraversò parte della città di Napoli, ne raggiunse la campagna e, per lungo tratto ancora proseguendo sulle strade polverose, giunse finalmente nei pressi dell'antica Atella.Sorgeva colà un Tabernacolo con sul muro l'antico dipinto della Madonna in Trono venerata dagli Angeli, ed il fraticello vi si fermò dinanzi. La Principessa cadde in ginocchio sull'erba e non ebbe che a ringraziare la Vergine, poi che la guarigione desiderata l'aveva evidentemente già ottenuta. Volle anche ringraziare il cortese fraticello e lo cercò girando lo sguardo riconoscente, ma il fraticello era sparito!La campagna profumata dalla canapa in fiore era deserta!La Principessa di Belmonte ricordò però che a Santa Maria la Nova di Napoli aveva altre volte veduto che i frati ivi dimoranti vestivano lo stesso abito della sua buona guida e, quando fu tornata in città, andò là a cercarlo, ma invano. Fu il Padre guardiano di quel Convento che, ispirato dal racconto meraviglioso della dama, sciolse l'enigma. Aveva egli un'immagine che riportava l'effigie di Fra Salvatore da Horta, morto non molti anni prima in concetto di santità e già tanto famoso per i suoi molteplici miracoli, e la mostrò alla Principessa.
Ella riconobbe nell'effigie il preciso ritratto del fraticello che l'aveva condotta alla guarigione. Era facoltosa e, in atto di gratitudine alla Vergine Maria e al Beato Salvatore, volle edificare sui confini di Atella una Chiesa ed un Convento per i Francescani, in modo che il chiostro si annodasse con l'edicola della Madonna degli Angeli, tuttora esistente e venerata".
Dal racconto si evince, inoltre, il notevole contributo economico da parte della Principessa Belmonte per la costruzione del nuovo e più grande complesso conventuale, non solo la piazza adiacente è dedicata alla stessa, ma dai racconti di testimoni oculari, fino al 1963, prima del rifacimento del pavimento della chiesa, esisteva la sua lapide, all'interno della chiesa stessa.

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